Paté d’anima

gennaio 20, 2012 § Lascia un commento

 filippo nibbi

Quella che trovate qui rappresentata, è l’anima “a-me-ricana” (da “cano” cantare). Cos’è che la anima? Chi le dà il “la”?.. Non si vede, ma è l’articolo. Questo che sto scrivendo così articolato e disarticolato. È lui che la tira, che le dà il “la”, come un TIR sulla mitica route 66, che attraversa gli Stati Uniti da Chicago fino a Los Angeles. Per non mancarle di rispetto, a lei non do mai del “lei”, uso sempre il “la”, perché l’anima è femminile, e parla.

Noi crediamo di avere tutto perché abbiamo due macchine, la moto, la tivù al plasma, le carte di credito e non sappiamo più che la felicità è camminare su un sentiero in cima al mondo in un silenzio azzurro. Ieri siamo andati a visitare un antico villaggio indiano. Niente tende a cono e totem, niente Tex Willer. Si parla di casine di fango e rametti, l’intramontabile architettura dei nidi, messe una sopra all’altra o una appiccicata all’altra, nell’incavo protettivo di una enorme caverna naturale. Indiani antichissimi le abitavano. Nel 1300 se ne erano già andati tutti. Da allora, quel commovente grumo di casine è lì, in un silenzio abissale, scolpite su una parete di canyon in terra e rocce rosse. Tutto questo: i sentieri, il villaggio, il vento, i cactus, le rocce, giace su un altissimo altopiano. Migliaia e migliaia di metri al di sopra del polveroso livello su cui ci agitiamo noi. Ma che cos’è l’altopiano? Intanto, basterebbe scomporre in fattori primi la parola per capire: “alto” e “piano”. Magnifico, no? Comunque, è un bordo del mondo, un bordo in alto, un bordo estremo. Tutto, in quel punto del pianeta resta al di sotto, invisibile e dimenticato. Sei in un punto in cuila Terra finisce appoggiandosi al Cielo. Sopra di te solo cose lievi. Attorno, un’atmosfera di rispettoso riguardo. Non è che con il Cielo lì, a due passi fai tanta caciara. È un po’ come entrare in San Pietro durante la messa cantata della notte di Natale.

Tutto taceva.

Camminavo su questo sentiero nudo in mezzo all’aria e a uno spazio così grande e bello.

Si sentiva il vento per quello che è: il respiro del mondo.

Poi mi sono accorta che piangevo. Forse per rispetto, forse per armonia. Di sicuro per quel silenzio e per quel cielo che mi toccava.

Tanti baci anima mia, tanti baci pieni di vento.

Perché qui, lungo la storica route 66, è così: si vedono gli animali come sono lì… in-vento. Sono segnati dal 66, naturalmente. Mentre da noi si vedono le bestie, tutte incravattate. Segnate dal 666. Sono state segnate in fronte da un bel problema. Solo un bambino se ne accorgerebbe, e direbbe indicando col ditino quel numero: “…Ha un problema”. La mamma che l’ha in braccio, lo riprenderebbe… “Ma che dici?”…

Funziona così: tutto a un tratto uno di noi in macchina comincia a gridare: “Lì! Lì! Là! Lilà… LAAAA!!!” E tutti girano la testa come indemoniati cercando di vedere l’animale misterioso, perché chi lancia l’urlo di avvistamento è troppo strozzato e senza fiato per sillabare anche il nome dell’avvistato. E così tu guardi freneticamente verso un punto imprecisato dell’universo non sapendo se devi vedere un cavallo, un grizzly, una pulce del deserto, una tigre, un serpente a sonagli o Brad Pitt. E insomma, ieri, mentre guardavo spasmodicamente in giro, ho visto questo essere grigio molto spettinato sul bordo di un muretto. Subito per identificarlo mi è scattato nella testa il denso sapere zoologico che segretamente conservo in me per queste stupefacenti occasioni. “È un cane?” ho pensato. “No, troppo strambo”. “Un orsacchiotto?”. “No, troppo magro”. “Una lince?”. “No. Troppo poco gattesco… Un opossum? una volpe? un riccio? un dingo? un coguaro? un’iguana? un puma?… No no no e no”.

Mentre annaspavo, ecco una voce nell’abitacolo: “GUARDATE! UN COYOTE!!!!”.

E SUBITO UN GRAN VOCIARE: “Sì! sì! là! ecco! un coyote! un coyote!” Tutti a fare i saputi che riconoscono un coyote al volo passando a 75 migliaall’ora sulla storica route 66.

È stato un attimo, un magnifico attimo sospeso, un commovente incontro interspecifico, poi, il coyote, si è girato e ci ha mollato, come fosse “piovuto dal cielo”, non senza averci prima guardato per un secondo molto intenso in cui, io lo so, ha pensato: “Ma che cavolo di animale sono questi… Scimmie? Opossum? O… possum come anticamente? Ricci?… Con quei capelli!… Cercopitechi?… Che cerco?… Uomini?… Non me li ricordavo così brutti!… Bestiale!… AH NO, ecco: COYOTES! Ecco cosa sono: Coyotes”…

Bestie che siamo!… “Bestie che siete!” come dicevano una volta i maestri a scuola alle scolaresche… Dunque, da ieri mi tormento di molte altre domande: due in particolare. La prima: – Che cavolo di animale abbiamo visto noi? La seconda: – Che cavolo di bestie ha visto il coyote?

Io l’America la conosco pochissimo. Solo New York e Amherst dove c’è la casa di Emily Dickinson. È abbastanza vicino a Boston. È stato faticoso staccarsi dalle radici, ma l’ho fatto con la convinzione mi facesse bene. Infatti nel viaggio, velocissimo, altissimo e astutissimo, una parte di me, la più lenta, vecchia e carogna è rimasta indietro (eh eh eh) e così io adesso sono qui solo con i miei rami, molto più allegra e leggera.

Notazioni e avvenimenti americani:

Conosciuto scoiattolo al Grand Canyon, dato pezzetto di pane dolce delle Haway, lui corso verso di me, messo sui suoi piedini e tutto proteso verso di me agitato freneticamente sue manine, minuscole e bellissime, per averne ancora, io dato, lui preso, poi vuole ancora e ancora, io dato tutto, ovviamente, ci siamo lasciati da grandi amici e prima di correre a vomitare dietro a un albero, si è lasciato accarezzare e mi ha appoggiato le manine minuscole e bellissime sulle gambe e mangiato da mia mano. Tutti intorno incantati. Io più incantata di tutti. Scoiattolo non so se incantato. Los Angeles è per lo più identica a Topolinia. Niente a che fare con le nostre mostrocittà. Americani molto garbati sereni gentili non sembrano essere ostili, anzi, pare che il prossimo sia loro gradito MA COME FANNO????? Non c’è pressione: la quantità di umani per metro quadrato è irrisoria. Loro sono 250 milioni ma hanno una “casa” grandissima e non si pestano i piedi.

Piccolo orrore: in un autogrill nelle exterre degli Indiani. Ma gli Indiani ci sono ancora, dentro a roulotte scassatissime e casine tristissime e senza i loro amati bisonti. Vicino alla cassa, fra gli snack, vendono grilli secchi. GRILLI! GRILLI SECCHI DA MANGIARE… BESTIALE!

Quando li ho visti ho pensato: “Ah, ecco! Adesso sì che tutto torna: Siete quelli che hanno buttato l’atomica su Hiroshima“.

Prossime puntate:

–                            Ho visto un coyote, ma lui per fortuna non ha visto me!

–                            Numero dei morti ogni anno nel Grand Canyon (ma saranno scemi!)

–                            Il Grand Canyon non è giù ma su.

–                            Visto cerva mentre cercavamo di vedere Cervo con cucciolo, il Cervino, scalato da noi da Bonatti nel 1965. Fu l’ultima scalata. Date le centinaia di migliaia di cartelli stradali che dicevano “Occhio”, qui c’è un cervello gigante maschio che cercherà di sfondarvi la macchina a cornate.

–                            Le schifezze sono buone! (a proposito del loro cibo).

–                            L’America è bellissima!!!

–                            Il cielo qui è molto più grande e azzurro del nostro. Ma MOLTO MOLTO MOLTO. Se non vedete questo cielo, fate a meno di vantarvi di aver visto il cielo.

–                            L’aria, forse per rispetto verso il suddetto cielo, è pulitissima, garbata, frizza, accarezza, si lascia bere e mangiare, è trasparente buona incantevole, ti fa ricordare come era l’aria prima dei nostri riuscitissimi esperimenti milanesi di trasformarla in gas.

–                            Good bay – o god baj? O gnok bavij? Boh! beh, ciao neh?

 

Una notazione generale: qui sono tutti tondi come pianeti. Qualcuno è proprio grasso; moltissimi, per ora, sono soltanto tondi o a forma di patate come asteroidi… Ma cosa mangiano? Palloncini?

Sentite questa. Robe da matti. Mentre guardavo sul dizionario la parola “lag”, che vuol dire “ritardo”, mi è caduto l’occhio su quella seguente: “lager”. Ho pensato: “Questa la so”, ma ho letto lo stesso. E invece no, sapete che cosa significa? “Birra chiara” e poi, tra parentesi, “di tipo tedesco”!!!… Clac! Scatta qualcosa. Da qualche parte dell’universo tutto cambina.

Occhio, scrivo male, scrivo in fretta, scrivo alle 6 del mattino, ma vi voglio raccontare tutto. Questa notte alle3 misono svegliata.

C’era una luce in camera come un’Aurora Boreale. La Tvaveva una lucina rossa a sinistra e una verde a destra. Una grossa sveglia emetteva numeri rossi. L’interruttore del bagno navigava in una tenera fluorescenza rosa. Sopra al frigobar un forno a microonde con il display vèrdico acceso. Di fianco allo specchio della camera, dal phon fissato al muro, lampeggiava una luce rossa molto convincente. “Lavati i capelli” diceva la luce rossa: “Dài! Lavati i capelli”. Mi sono alzata, in mezzo a tutte quelle luci inutili che fanno graffi al buio e prima ho pensato: “Cavolo, ma dove siamo, a Helsinki?” E poi: “Quasi quasi mi lavo i capelli”.

Poi sono tornata a letto.

Ho fatto un sogno-libro. Un brutto sogno-libro.

Sto leggendo “La campana di vetro” della poetessa americana Sylvia Plath, il suo unico libro in prosa. Lo leggo a voce alta in macchina.

All’inizio tutti insieme abbiamo anche riso. Era come una giornata in febbraio: una grande bellezza, un innocente cielo azzurro, però una lama fredda di vento increspava l’acqua. Una sola lama orizzontale, solo sull’acqua. Chi sta a riva può continuare a pensare: “Magnifica giornata, sembra primavera”. Chi guarda al largo rabbrividisce, si stringe forte il golfino intorno al cuore e dice: “Andiamo via, dài”.

Questa notte mi sono portata il libro in camera e prima di dormire sono andata avanti a leggerlo da sola. Lei non è più a New York con le sue amiche, non va più alle feste. È tornata a casa, da sua madre. E prima non dorme per 3 notti, poi per 8, poi per 21, poi le viene la bocca piena di sabbia, poi le braccia le diventano pesantissime e le tiene penzoloni lungo il corpo, poi la sua voce non è la sua voce, poi si nasconde, poi striscia sul pavimento perché non la veda il mondo attraverso la finestra, poi la sua calligrafia diventa quella di una bambina di 4 anni: grandissime lettere tremule in stampatello, tutte sbilenche, che non sanno dove aggrapparsi, dondolano un po’ poi cominciano a scivolare giù per il foglio in una specie di molle discesa occupandolo per sbieco.

Poi le fanno l’elettrochoc. 

Io ho spento la luce.

E ho fatto un brutto sogno. E il sogno è iniziato esattamente nel posto della mia mente in cui avevo lasciato il libro. C’era un punto d’attacco lì, di un materiale duro, scuro, pieno di scanalature concave e curve, come una traccia scavata da un verme con la forma di una grossa D maiuscola.

E il sogno che si è presentato portava al suo inizio lo stesso attrezzo metallico a forma di D, ma con i segni lasciati dal verme convessi. Clac! Si è sentito nel buio. E i due si sono agganciati. Poi mi sono svegliata alle3, inun punto in cui non volevo più sognare quelle due ragazze che affogavano e una forse l’avevano salvata e l’altra no. La cercavo disperatamente con gli occhi nell’acqua, ma vedevo solo un’immensa forma nera a stella che si muoveva come una gigantesca medusa e poi capivo che quei tentacoli erano i sub che cercavano di salvarla circondandola e che dentro c’era lei, nera, morta, sepolta sotto i suoi soccorritori neri. E quella ero io, o Sylvia Plath, perché quelli che scrivono poesie sono tutti già morti. E in questo i poeti sono tutti uguali. Comunque, c’è molta luce di notte in America. L’importante è non chiudere gli occhi.

 

Punto 6, fattore primo di 66: Le schifezze sono buone.

Qui, lungo la storica route 66 che da Chicago porta a Los Angeles, si mangia di tutto: cibo messicano, cibo thai, cibo cinese, cibo navajo, cibo italiano, cibo marziano, cibo himalayano, cibo vegano, cibo giap. E cibo americano ovviamente.

Da cosa si distingue il cibo autoctono? Dal fatto che è sempre impacchettato; anche se lo fa la nonna, anche se è appena uscito dal forno, paf!, come per magia – magia nera – entra nel cellophan.

Ma cosa prevede la rinomata cucina yankee? Soprattutto patatine. Dorate, soffiate, a panforte, vaporizzate, intramuscolo, frantumate da una macchina molto intelligente che gli toglie la forma di patate e subito dopo le passa a un’altra macchina molto intelligente che le modella a forma di patate. E poi naturalmente le ficca nel cellophan.

Patate coltivate nel formaggio sciolto, patate alla birra, patate a forma di ricciolo di Marilyn Monroe, patate al cioccolato, patate di bufalo, patate al quarzo, patate e noci, patate ai lamponi, patate alle patate. E poi le più comuni: olio fritto a forma di patate.

Ma soprattutto patate al peperoncino. Ieri ne ho comprato un pacchetto. “Flamin-hot” c’era scritto in mezzo a un disegno rosso con altissime fiamme; e così non si può dire che non mi avessero avvisato. Sul pacchetto c’era scritto “53 grammi”. “Pochino” pensi. Poi lo apri e lui ti salta addosso come Hannibal Lecter. Così impari a sottovalutarlo. Dentro ci sono due patatine sottilissime che però pesano come un coguaro per colpa dell’olio che hanno nelle vene. Tutto il resto è peperoncino. Mezzo etto di polvere pirica. Io faccio la gnorri e prendo la prima patatina. Lei si lascia prendere. Perché sono addestrate così: a esploderti dentro come i proiettili dum dum. La scena è questa: Siamo in macchina, come sempre, a fare migliaia di chilometri nel deserto dell’Arizona per correre a vedere rocce rosse da una parte dello Stato e poi rocce rosse esattamente dalla parte opposta dello Stato. Fra i due opposti le miglia si contano a migliaia (eh eh eh). Gli altri parlano. Per lo più, straparlano. Mentre io ingollo un paio di patatine. Passano due secondi e faccio un gigantesco starnuto. “Salute!” dice la mia anima gemella. Io provo con un grazie ma esce un rantolo. Lei mi guarda e io le scoppio a tossire in faccia. “Stai bene?” mi chiede. “Arrgh!”. Cerco di mandare giù, ma la polvere pirica ha aderito a tutte le pareti interne e le tiene prigioniere. Mi si riempiono gli occhi di lacrime. “Bello eh?” fa la mia anima gemella indicando il paesaggio. Il peperoncino che si è impossessato di me annuisce educatamente. Io piango e piango mentre il peperoncino mi prende a calci la gola. “Basta! Non ce la faccio” penso: “Devo chiedere un armistizio: gli lascio tutta l’Arizona – decido – se il peperoncino lascia me”. Glielo propongo. Lui sferra un attacco ancora più feroce. Mi vuole morta – è inutile – e io non so come impedirglielo. “Vuoi acqua?” chiede la mia anima gemella che è intelligente mica per niente. E mi passa il bottiglione da un litro e mezzo. Lo agguanto con gli artigli segreti che abbiamo per queste occasioni, e BEVO! Il peperoncino si imbizzarrisce e urla come il conte Dracula davanti all’aglio. “Ah! Ah!” gli  grido io: “Sei fritto!”. Ma è un errore, perché per le patatine di fuoco questo è un grido di guerra, è il loro grido, come per noi l'”Avanti Savoia!”. E così altro attaccone. Non basta più piangere e infatti comincio a singhiozzare. La mia anima gemella mi guarda costernata: “Vuoi che chiamo la mamma?”. “No!” fa il peperoncino scuotendomi la testa e poi le intima con un antipatico tono da contadino: “Butta-la-bottiglia-d’acqua-fuori-dal-finestrino!”. La mia anima gemella però non abbocca. Mica è intelligente per niente! Anzi, mi lega le mani, che il peperoncino mi sta muovendo come una epilettica per tentare di farmi rovesciare tutta l’acqua sui sedili e per terra, dà un pugno sul naso al peperoncino e poi gli strappa la bottiglia dalle zampe e me la versa tutta in bocca. Si sente sfrigolare sempre più debolmente, mi esce un po’ di fumo dagli occhi e finalmente il peperoncino muore abbracciato alla patata fritta. “Vedi, poveri” penso io “forse non erano cattivi. Guarda come si amavano”. E poi torno a respirare.

Sono passati solo dieci minuti. Non dovrei avere subito danni cerebrali. Sono piuttosto resistente a queste cose: mi ricordo che per il mio ultimo amore infelice non ho respirato per un mese e mezzo. O che sia per questo o che ogni tanto non mi ricordo chi è la mia anima gemella che tutti si ostinano a venire a cercare da me?… Boh! Bè, pazienza, comunque buono, molto buono il cibo qui.

 Flagstaff, duemila do’ dici che siamo?

From: viviampoesia@alice.it

To: giodecarli@live.it

Subject: come

 Nota

Nel 1855 il Congresso degli Stati Uniti d’America incaricò il sottotenente Beale di eseguire una mappatura dell’Arizona intorno a Flagstaff per consentire alla “66-esima” proveniente da Chicago di attraversare il territorio con

20 uomini

80 muli

22 cammelli

200 pecore

10 carri…

Era l’America fuori strada? Poteva essere l’Africa?

 

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